ANALOGIE

Le fotografie di Salvino possono volgarmente classificarsi secondo due categorie: quella erotica, nascente dalla contemplazione e intensificazione morbosa di particolari del corpo, e quella, che non chiamerei sociale, piuttosto nascente dalla fortissima capacita dell’artista di provare umana compassione verso i casi di meno comprensibile necessità di compatire.
I casi di figure marginali perché “marginalizzate”, d’una società che sembra aver fortissime radici locali e invece è universale, almeno nei rispetti d’un mondo “mediterraneo” senza confini geografici: essendo tali confini solo “culturali”.
Abbiamo allora la serie di foto di persone anziane in case modeste, che qualsiasi napoletano, qualsiasi italiano del Sud ritrova nella propria immaginativa collettiva e riconosce nei “bassi” o nelle ormai poco diverse “case popolari”.
Da ognuno degli effigiati emana una straordinaria dignità, che al contemplante infonde, se ne è degno, una straordinaria tenerezza.
Questi vecchi, queste vecchie, lindissimi in ambienti lindissimi per l’ostinata, incessante lotta contro lo sporco, e uno si domanda come ne abbiano la forza, sembrano manifestare una disperata riaffermazione della propria identità che le circostanze sociali rivelano sino ad annullare. Non è cosa nuova, e persino di essa la fotografia pubblicitaria gia s’è astutamente ma con eccellenza artistica servita. In Salvino cogli la consapevolezza della filiazione stilistica ma un’intenzione diversa, che sarebbe banale qualificare di rivoluzionaria, essendo invece al di la dell’ideologia e semplicemente carica del peso dell’umano.

Paolo Isotta

È da tempo che proponiamo e annunciamo, nell’ambito dei progetti per la destinazione dei nuovi spazi espositivi recuperati o ancora in allestimento nei musei dipendenti dalla nostra Soprintendenza (da Capodimonte al Duca di Martina nella Villa Floridiana), la volontà di destinare gli ambienti delle ex cucine di Villa Pignatelli anche alla presentazione di mostre di giovani fotografi sia napoletani che stranieri.
Un progetto ambizioso, ma la cui realizzazione ci è sempre sembrata necessaria e doverosa, per motivi diversi e mai solo occasionali o contingenti: e in primis perché a Napoli fin dall’Ottocento si è sviluppata, nel campo delle varie applicazioni del mezzo fotografico, una lunga e feconda tradizione che, nel tempo e spesso in felice contemporaneità, ha visto di volta in volta la fotografia farsi testimone lucido e appassionato dei mille eventi familiari, popolari e quotidiani vissuti dalla città tra infinite luci e irreversibili ombre, fasti e misfatti, miseria e nobiltà, documento prezioso, attento e analitico, in opposizione ai pur frequenti scivolamenti nel “cartolinesco” e nel “folclorico”, dei suoi molteplici aspetti di straordinaria monumentalità o di contraddittorie e contrastanti apparenze urbane e paesistiche, mezzo necessario, se non addirittura indispensabile, delle ricerche e sperimentazioni, in particolare alla fine dell’Ottocento, nel campo delle arti.
Quando non si è fatta essa stessa, come soprattutto in anni recenti, esperienza artistica compiuta e qualificata.

Nicola Spinosa

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