Silviolandia – Mato Grosso do Sul, Brasil 2003

Maracaçumé – Maranhão, Brasil 2001

Capoeira – Salvador, Bahia 2004

Mazagão – Amapá, Brasil 2003

Copacabana Beach – Rio de Janeiro, Brasil 2004

Port of Manaus – Manaus – Amazonas, Brasil 2003

Solidão – Pernambuco, Brasil 2001

Favela do igarapé de São Raimundo – Manaus – Amazonas, Brasil 2012

Agua Branca – Paraíba, Brasil 2001

This is why we define Salvino’s suburbs only accidentally Brazilian: there are too many resemblances with our suburbs (ah, globalization…) and obviously it is meaningless to speak in anthropological terms, when it is evident that everything could be explained with the parameters of sociology. But it is not casual that Salvino is a Brazilian returning to his country, and the concept of “return”, a homecoming, is certainly not a simple one, when inscribed in the more vast concept of travel: the return is what justifies the travel and differentiates it from the escape.
During these returns (the images presented refer to a campaign carried out in many years and counting many sojourns) Salvino has traveled throughout all the twenty-seven Brazilian States, documenting the encounters and avoiding a scientific mapping. He has simply traveled, moving from one place to another, from one encounter to another, simply listening to what his country had to tell him through many-mouths, many faces, many existences.
It was not a pure reportage, in the sense of stealing images from reality without evidently interfering with it. The camera was not hidden, on the contrary it was often (almost always) the excuse for starting a conversation or approaching, something to share, maybe even something to talk about or to accept, causing either indifference or innocent pride. Hence the sense of pose, intended as an offer, a proposal, of what is the desired appearance, ultimately the desired state.
These images give rise to stories, hypotheses of life, which we observe while being observed by them. The images are not passive, they act, we could almost say they observe us, often pointing their finger at us, showing us how we could have been if fate had meant us to be born elsewhere, had meant to give or deny us chances, possibilities, future. Therefore we cannot but ask ourselves, from here, from our cozy mental living rooms, observing that different world we are informed about thanks to Salvino, what happened, for example, to the girl holding a chicken in her hands and stroking it? According to the devastating logic which rules and justifies the existence of reality shows, that life, what meaning does it have? In the dramatic habit that drives us to the speed.

Angelo Andreotti

E in questo senso che affermiamo che la periferia frequentata da Salvino casualmente e il Brasile: sono troppe le affinità con la nostra stessa periferia (ah, la globalizzazione) e ovviamente non ha senso parlare in termini antropologici, quando risulta evidente che a spiegarci il tutto potrebbero aiutarci i parametri della sociologia; ma non e casuale il fatto che Salvino sia un brasiliano di ritorno al suo paese, e quello del “ritorno” e un concetto tutt’altro che leggero se calato all’interno del più vasto concetto di viaggio, nel senso che il ritorno e ciò che giustifica il viaggio differenziandolo dalla fuga.
Durante questi ritorni (le immagini proposte si riferiscono a una campagna eseguita nel corso di anni e con più soggiorni) Salvino ha percorso tutti i ventisette Stati brasiliani, documentandone gli incontri senza costringersi in una mappatura scientifica, semplicemente viaggiando, spostandosi da un luogo a un altro, passando da un incontro a un altro, limitandosi ad ascoltare il discorso che il suo paese gli raccontava da una bocca a un’altra, da un viso a un altro, da un’esistenza a un’altra.
Non si e trattato di puro reportage, nel senso di rubare immagini dalla realtà senza interferire vistosamente con quella stessa realtà. La macchina fotografica non e stata nascosta, anzi, e stata il più delle volte (quasi sempre) pretesto di dialogo e di avvicinamento, di condivisione, forse proprio di argomento di discussione e comunque di accettazione, a volte anche di indifferenza, oppure di innocente vanagloria. Da qui il senso della posa che e un porsi, un proporsi e un mostrarsi cosi come si ritiene di dover apparire e in fondo anche essere.
Da queste immagini emergono storie, ipotesi di vita, che noi guardiamo ma dalle quali anche siamo guardati. Le immagini non sono passive, agiscono, in un certo senso ci osservano e spesso puntano il dito, ci mostrano come saremo potuti essere se il caso avesse voluto farci nascere altrove, darci o negarci occasioni, possibilità, futuro. E allora non possiamo non chiederci, da qua, dai nostri salotti mentali, osservando quell’altro mondo del quale abbiamo notizie grazie a Salvino, per esempio che ne è di quella ragazzina che stringe tra le mani il polio accarezzandolo? Nella logica devastante che regola e giustifica l’esistenza dei reality-show, quella vita che senso ha? Nella drammatica consuetudine che ci spinge alla fretta dell’efficienza sorvolando sulla lentezza degli affetti, quella carezza che peso ha?
Ma chiedercelo ancora non basta.

Angelo Andreotti